UNA VOCE VENETIA  

Messe latine antiche nelle Venezie  
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L'anno liturgico

di dom Prosper Guéranger

 

 

FESTA DELLA DEDICAZIONE DELLA CHIESA

 

Santità delle nostre Chiese.

Domum Dei decet sanctitudo: Sponsum eius Christum adoremus in ea (invitatorio di Mattutino). Il pensiero liturgico del giorno è precisato in questa formula invitatoriale. "Deve essere santa la casa di Dio: in essa adoriamo il Cristo, suo Sposo". Che mistero è questo di una casa, che nello stesso tempo è sposa?

Sono sante le nostre Chiese per l'appartenenza a Dio, per la celebrazione del Sacrificio, per le preghiere e le lodi che vi si offrono all'ospite divino. Per un titolo più valido di quello che potevano vantare l'antico tabernacolo e il tempio, la dedicazione le ha separate da tutte le case degli uomini e esaltate sopra tutti i palazzi della terra. Tuttavia, nonostante i riti che le riempiono di magnificenza, nel giorno della consacrazione che le riserva a Dio, esse sono sempre senza sentimento e senza vita. Che dobbiamo dire allora, se non che la sublime funzione della dedicazione delle chiese come pure la festa che ne perpetua il ricordo, non si arrestano al santuario costruito con le nostre mani, ma si elevano a realtà viventi e più auguste? La gloria principale del nobile edificio è simboleggiarne la grandezza. L'umanità sotto l'ombra delle sue volte si inizierà a ineffabili segreti, il mistero dei quali si compirà oltre l'esistenza del mondo, nel meriggio del cielo. Vediamo la dottrina relativa a questo punto.

 

Il mistero della dedicazione.

Dio ha un solo santuario degno di lui: la sua vita divina, il tabernacolo di cui è detto che egli si circonda (Sal 17,12) quando curva i cieli (ivi 10) rende fitte le tenebre (ivi 12) agli occhi mortali, luce inaccessibile (1Tm 6,16) in cui abita nella sua gloria la tranquilla Trinità. Nondimeno, o Dio altissimo, ti degni comunicare alle anime nostre questa vita divina, che i cieli non possono contenere (3Re 8,27) e meno ancora la terra, e fai gli uomini partecipi della tua natura (2Pt 1,4). Nulla allora impedisce che in lui risieda la Santa Trinità. Tu fin dal principio (Pr 8,22) come legge del mondo in formazione (ivi 27) all'abisso, alla terra e al cielo potevi dichiarare che le tue delizie sarebbero nello stare con i figli degli uomini (ivi 31).

Venuta la pienezza dei tempi, Dio mandò il Figlio suo (Gal 4,4) facendolo figlio di Adamo, perché nell'uomo abitasse corporalmente la pienezza della divinità (Col 2,9). Da quel giorno la terra vinse il cielo e ogni cristiano fu partecipe di Cristo e, fatto dimora dello Spirito Santo (1Cor 3,16), portò Dio nel suo corpo (ivi 6,20). Il tempio di Dio è santo, diceva l'Apostolo, e il tempio siete voi, tempio è il cristiano, tempio è l'assemblea cristiana.

Poiché Gesù Cristo chiama tutta l'umanità a partecipare della sua pienezza (Gv 1,16; Col 2,10), l'umanità a sua volta completa Cristo (Ef 1,23). Essa fu ossa delle sue ossa, carne della sua carne (Gen 11,23), un corpo solo (Ef 6,30), formando con lui l'ostia, che deve eternamente bruciare sull'altare dei cieli nel fuoco dell'amore; in quanto poi è la pietra d'angolo, su essa sono poste altre pietre viventi (1Pt 2,4-7): l'assemblea dei predestinati, che sotto la cura degli architetti apostolici (1Cor 3,10) sorse tempio santo del Signore (Ef 2,20-22). Così la Chiesa è la Sposa e per Cristo e con Cristo è casa di Dio.

Lo è in questo misero mondo in cui si tagliano, nella fatica e nella sofferenza, le pietre elette, che saranno poi poste nel luogo previsto dal disegno di Dio (Inno di Vespro). Lo è nella felicità del cielo, dove il tempio eterno si accresce di ogni anima partita di quaggiù, in attesa che, compiuto con l'arrivo del nostro corpo immortale, sia dedicato dal nostro grande Pontefice, nel giorno della inimitabile dedicazione che chiuderà i tempi (1Cor 15,24): consegna solenne del mondo riscattato e santificato al Padre che gli diede il proprio Figlio (Gv 3,16), a Dio divenuto tutto in tutti (1Cor 15,28).

Sarà allora evidente che la Chiesa fu l'archetipo mostrato in anticipo sulla montagna (Es 26,30) e che ogni tempio fatto da mano d'uomo non poteva essere che sua figura e ombra (Ebr 8,5; 9,24). Allora la profezia di san Giovanni, il prediletto, sarà realizzata: Ho veduto la città santa, la nuova Gerusalemme, che discendeva dai cieli, ornata come una sposa per lo sposo e ho udito una gran voce che veniva dal trono e diceva: Qui è il tempio di Dio (Ap 21,2.3).

Era anche conveniente che questa festa illuminasse con i primi raggi dell'eternità l'anno liturgico al suo declino. È uno degli Angeli che portano le coppe piene dell'ira di Dio che additò all'Evangelista profeta la Sposa dell'Agnello nello splendore dei suoi ricchi ornamenti (ivi 9) e la speranza di contemplarla nella sua gloria sia il nostro conforto nei giorni tristi. L'attesa della sua prossima apparizione animerà i giusti nell'ora degli ultimi combattimenti.

Ma già ora, figli della Sposa, applaudiamo alla nostra Madre (Sequenza Ierusalem et Sion filiae) e questo giorno, carissimo al suo cuore, sia pari per noi alle solennità più grandi (Ct 3,11), perché ricorda e la sua nascita al fianco dall'Adamo celeste e la sua consacrazione beata che le dà diritto alle compiacenze del Padre, all'amore del Figlio, alle generosità del divino Spirito.

Quando, all'inizio del secolo XIX, furono rese al culto le chiese di Francia, la Santa Sede dispose che la festa della dedicazione, celebrata prima singolarmente nell'anniversario della dedicazione di ogni chiesa, fosse celebrata da tutte le chiese nello stesso giorno con unica festa, cui fu conservato l'onore del rito doppio di prima classe. La Santa Sede mostrava così che ai suoi occhi la festa della dedicazione conservava tutta la sua importanza.

Fissando la festa in domenica la Chiesa assicurava ai fedeli la possibilità di avere ogni anno gli insegnamenti sublimi che da essa derivano e dei quali si compiacevano i nostri padri.

 

La cerimonia della dedicazione.

Il nome di chiesa dato al tempio cristiano viene dall'assemblea dei battezzati, che si raduna in esso. La dedicazione dell'edificio sacro nell'ispirazione e nella trama che ne fanno una delle più auguste funzioni liturgiche, si ispira alle fasi successive della santificazione del popolo eletto. Da principio il tempio con le pareti nude e le porte chiuse non ci rappresenta altro che l'umanità fatta per Dio, ma vuota di lui a causa del peccato originale. Ma gli eredi della promessa non hanno disperato; anzi, hanno digiunato e pregato nella notte. Il mattino li ha trovati intenti a supplicare con i salmi penitenziali, ispirati a Davide dal suo castigo e dal suo pentimento.

All'alba, sotto la tenda in cui risuonava la preghiera dell'esilio (sub tentorio ante fores Ecclesiae consecrandae parato, Pontificale Romano), è apparso il Verbo Salvatore. E la persona del Pontefice, vestito delle insegne del suo ministero, ci rappresenta il Salvatore vestito della nostra natura. Dio fatto uomo si unisce alla preghiera degli altri uomini suoi fratelli portandoli davanti al tempio sempre chiuso, con essi si prostra e raddoppia le suppliche.

Attorno al tempio, inconscio dei suoi destini, si delinea allora la paziente strategia che Dio vuole seguano la sua grazia e i ministri di essa, stringendo di assedio le anime smarrite. Tre volte il Vescovo fa il giro dei muri esterni e tre volte tenta di forzare le porte, ostinatamente chiuse; ma è un investimento fatto esclusivamente di preghiere che salgono al cielo, la forza consiste in una persuasione misericordiosa, sospettosa dell'umana libertà: Apritevi, o porte, ed entrerà il Re della gloria. Finalmente l'infedele cede e anche la porta del tempio è conquistata. Pace eterna a questa casa in nome dell'Eterno. Ma non è tutto fatto, anzi ora si incomincia: dell'edificio, ancora profano, bisogna fare una dimora degna di Dio. Introdotto nella chiesa, il Vescovo continua a pregare. L'umanità, di cui la futura chiesa sarà simbolo, assorbe il suo pensiero. Sa che, caduta da tanto tempo, il suo male peggiore è l'ignoranza. Levandosi allora, con il pastorale traccia, su due linee di cenere, che si dirigono trasversalmente da una estremità all'altra del tempio e s'incrociano al mezzo della grande nave, l'alfabeto greco e l'alfabeto latino, elementi primi delle due lingue principali nelle quali si conservano a nostro vantaggio la Tradizione e la Scrittura. Le lettere sono tracciate con l'aiuto del bastone pastorale sulla cenere e sulla croce, perché la scienza ci viene dall'autorità dottrinale, che è compresa solo dagli umili e si riassume in Gesù crocifisso.

Illuminata ora come il catecumeno, l'umanità chiede di essere purificata col tempio e il Pontefice, per preparare gli elementi per tale purificazione, che gli sta a cuore, si ispira ai dati migliori del simbolismo cristiano. Mescola l'acqua e il vino, la cenere e il sale, che figurano l'umanità e la divinità del Salvatore, la sua morte e la Risurrezione. Come Cristo ci precedette nell'acqua del Giordano, le aspersioni cominciano dall'altare, che appunto rappresenta Cristo e proseguono poi nell'intero edificio. Una volta a questo punto non solo l'interno, ma l'esterno dei muri, il pavimento e in qualche luogo anche il tetto erano inondati della pioggia santificante, che caccia il demonio, prepara la casa a Dio e la prepara ai favori che poi seguiranno.

Nell'ordine delle operazioni di salvezza l'acqua chiama l'olio, che col secondo sacramento conferisce al cristiano la perfezione del suo essere soprannaturale, che fa i re, i sacerdoti e i pontefici. Per questo l'olio santo cola adesso a fiotti sull'altare che è Cristo capo, Pontefice e Re, e poi dall'altare, come l'acqua, corre ai muri e alla chiesa intera. Davvero ormai il tempio è degno di questo nome, chiesa, perché le pietre, così battezzate, così consacrate con l'Uomo-Dio, nell'acqua e nello Spirito Santo, rappresentano l'assemblea degli eletti, legati tra loro e con la pietra divina dal cemento indistruttibile dell'amore.

Gerusalemme, loda il Signore, loda il tuo Dio, o Sion! (Sal 147). I canti, che dall'inizio della funzione furono continui e rilevarono della funzione stessa i mirabili sviluppi, raddoppiano adesso di entusiasmo, raggiungono la sommità del mistero e nella Chiesa, intimamente associata all'altare, salutano la Sposa dell'Agnello. Dall'altare l'incenso si eleva a volute e sale fino alle volte percorrendo le navate e impregnando tutto il tempio del profumo dello Sposo. Ecco ora che si avanzano i suddiaconi della Santa Chiesa e presentano al Vescovo i doni fatti in questo grande giorno alla Sposa, le vesti preziose che essa ha preparato per sé e per il Signore. Nei primi secoli del Medioevo, aveva luogo a questo punto la trionfale traslazione delle Reliquie destinate ad essere poste nell'altare, che fino a quel momento erano rimaste sotto la tenda dell'esilio. In Oriente anche oggi la consacrazione della Chiesa si corona così. Vado a prepararvi un posto, disse l'Uomo-Dio, e quando l'avrò preparato, ritornerò a voi, per prendervi con me, affinché dove io sono siate anche voi. Nell'uso dei Greci, il Pontefice depone le Sante Reliquie sulla patena e le porta, elevate sopra la sua testa, onorando, come i venerandi Misteri, i resti preziosi, perché l'Apostolo disse ai fedeli: Voi siete il Corpo di Cristo e sue membra. In Occidente, fino al secolo XIII e oltre veniva sigillato nell'altare, insieme con le Sante Reliquie, il Signore stesso nel suo corpo eucaristico, realizzando così, dice san Pier Damiani, la Chiesa unita al Redentore, la Sposa allo Sposo. Era la consumazione finale, il passaggio dal tempo all'eternità

 

MESSA

Le nostre chiese sono per gli Angeli il luogo in cui il cielo si incontra con la terra e per questo l'Introito si ispira alle parole di Giacobbe dopo la visione in cui gli apparve la scala misteriosa sulla quale scendevano e salivano, celesti messaggeri, gli Angeli (Gen 28). Il versetto (Sal 83) canta insieme e il tempio di quaggiù e quello dei cieli. Non è quello il regno che mi avete promesso, o Padre mio? - esclamava attonito Clodoveo, entrando per la prima volta nella chiesa di S. Maria di Reims, e san Remigio rispondeva: - Quella è solo l'imbocco della via che vi ti condurrà.

 

EPISTOLA (Ap 21,2-5). - In quei giorni vidi la città santa, la nuova Gerusalemme che scendeva dal cielo, d'appresso a Dio, pronta come una sposa abbigliata per il suo sposo. E udii una gran voce dal Trono, che diceva: Ecco il tabernacolo di Dio cogli uomini: egli abiterà con loro; essi saranno suo popolo e Dio stesso sarà con essi il loro Dio. E Dio asciugherà ogni lacrima dei loro occhi, e non vi sarà più morte, né lutto, né grida, non vi sarà più dolore, perché le cose di prima sono sparite. E colui che sedeva sul Trono, disse: Ecco, io rinnovello tutte le cose.

 

La nuova Gerusalemme.

Non dobbiamo dimenticare che le magnificenze della Chiesa dei cieli sono già nella Chiesa della terra, che è tutta bella e santa, veramente Sposa, e per questo attira Dio in mezzo a noi. I Profeti d'Israele, preannunciando la sostituzione di una nuova Gerusalemme all'infedele Sion, usarono le stesse espressioni del discepolo prediletto, Giovanni.

"Ecco, io ho creato cieli nuovi e una terra nuova e del passato nessuno avrà più ricordo; prenderò le mie delizie in Gerusalemme; non più lamenti né pianto, ma gioia soltanto per il mio popolo, perché essa sarà mio popolo (Is 65,17-19) e io sarò suo Dio" (Ger 31,33). "Loda il Signore, città di Dio: egli alzerà in te la sua tenda e Tu brillerai di fulgida luce e le nazioni verranno dai confini della terra, portando doni e adorando in te il Signore. Le porte di Gerusalemme saranno costruite in zaffiro e smeraldo, la cinta delle sue mura sarà tutta di pietre preziose, bianche e belle saranno le pietre del selciato delle piazze pubbliche e nelle vie si canterà l'Alleluia" (Tb 13).

Oggi perciò facciamo festa alla Chiesa militante, non meno che alla trionfante, rinnoviamo per essa la nostra venerazione, la devozione e l'amore. "Rallegratevi con Gerusalemme ed esultate tutti voi che l'amate, siano vostre le sue gioie, siano vostri i suoi lutti, abbeveratevi con delizia al seno delle sue consolazioni e si espanda la vostra gioia nella misura che si espande la sua gloria" (Is 66,10.11). Così cantava Isaia profeta, cui la casa di Dio era stata mostrata nella lontananza dei tempi, al vertice dei monti, sulle alture del gentilesimo (ivi 2,2). E Tobia, da Ninive, ove Israele era prigioniero, rispondeva, proclamandosi felice per la speranza che qualcuno della sua stirpe sarebbe vissuto abbastanza, per contemplare le glorie della nuova Sion (Tb 13,20) e aggiungeva: "Siano maledetti quelli che ti disprezzano, benedetti quelli che ti costruiscono e felici tutti quelli che ti amano e si compiacciono della tua pace" (ivi 16,18). Diciamo anche noi: "Benedetto il Signore che l'ha esaltata e che regna in essa nei secoli dei secoli" (ivi 23).

 

VANGELO (Lc 19,1-10). - In quel tempo: Gesù entrò poi in Gerico e stava attraversando la città, quand'ecco, un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, desideroso di vedere chi fosse Gesù, e non potendo a causa della folla, perché era basso di statura, corse avanti e salì sopra un sicomoro, per vederlo, perché doveva passare di lì. Gesù, arrivato in quel punto, alzò gli occhi e gli disse: "Zaccheo, presto, scendi, perché oggi devo fermarmi in casa tua". Ed egli, svelto, scese e lo accolse con gioia. Nel veder questo tutti cominciarono a mormorare dicendo: "Si è fermato in casa di un peccatore". Ma Zaccheo stando davanti al Signore, gli disse: "Ecco, Signore, io dò ai poveri la metà dei miei beni, e se di qualcosa ho defraudato qualcuno gli rendo il quadruplo". Gesù gli disse: "Oggi è venuta la salvezza a questa casa, perché anche lui è un figlio di Abramo. Infatti, il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e a salvare quello che era perduto".

 

Gesù ospite di Zaccheo.

"Venne fra i suoi e non lo ricevettero". Così lamenta san Giovanni all'inizio del suo Vangelo, ma tuttavia non tutti hanno respinto il Signore e vi sono quelli che hanno accolto il suo messaggio e creduto alla sua parola. Vi sono anzi quelli che ebbero il privilegio di accoglierlo nella propria casa: san Giuseppe, la Vergine Santa, che vissero lunghi anni nella sua intimità; Marta e Maria a Betania, Zaccheo a Gerico. Il Vangelo ci ricorda oggi il passaggio di Gesù presso Zaccheo. Zaccheo è un peccatore disprezzato dal popolo e Gesù chiede ospitalità a lui a preferenza di tutti i Giudei. Zaccheo accetta con gioia ed è noto come la sua vita cambi subito per questo.

Chiamando Zaccheo, Gesù pensava a tutti noi e il suo appello è appello universale. Egli vuole restare con noi, non nelle nostre case materiali, ma nelle nostre anime con la fede e nei nostri cuori con la santa Eucaristia. Ci sia possibile essere sempre nelle condizioni necessarie per udire l'appello, riceverlo con gioia e approfittare della sua presenza, tutto riformando in noi quello che può dispiacere allo sguardo divino.

Uniamoci alla Chiesa e chiediamo le benedizioni che essa chiede nel giorno della Consacrazione delle chiese nelle quali vede la sua figura. Considerando che la Chiesa è sempre ascoltata, impareremo dal Prefazio del Pontificale quanto giovamento avrà la nostra umile preghiera.

 

PREFAZIO

Asseconda, Dio eterno, le nostre preghiere e i nostri riti, asseconda le sante fatiche di quelli che ti servono: noi imploriamo la tua misericordia. Nonostante la nostra indegnità, consacriamo questa chiesa, che è tua nell'invocazione del tuo santo nome, nell'onore della santa croce sulla quale il tuo Figlio coeterno, nostro Signore Gesù Cristo si degnò soffrire per redimere il mondo, in memoria del tuo santo N. (si nomina il santo titolare della chiesa). Scenda su di essa il tuo Santo Spirito con l'abbondanza straripante della tua grazia settiforme, affinché quante volte in questa casa sarà invocato il tuo santo nome, altrettante la tua bontà, o Signore, ascolti invocazioni e preghiere.

O beata e santa Trinità, che tutto purifichi, tutto abbellisci, che tutto decori, che tutto adorni! O beata maestà di Dio che tutto riempi, che tutto consolidi, che tutto ordini! O beata e santa mano di Dio che tutto santifichi, tutto benedici, tutto arricchisci! O Dio, Santo dei Santi, noi imploriamo con devota umiltà la tua clemenza, e per il nostro umile ministero, degnati purificare, benedire e consecrare per sempre, con l'abbondanza dei tuoi doni santificatori, questa chiesa, eretta in onore della croce santa e vittoriosa e in memoria del tuo santo N. Qui i sacerdoti offrano a te il sacrificio di lode, qui i popoli adempiano i loro voti, qui i fedeli caduti depongano il peso dei peccati e ritornino alla grazia.

Ascolta, o Signore, la nostra preghiera e, per la grazia dello Spirito Santo, in questa casa, che è tua, i malati siano guariti, i deboli recuperino le forze, gli zoppi camminino, i lebbrosi siano purificati, i ciechi vedano e i demoni siano cacciati. Si allontani, o Signore, di qui per il tuo aiuto, ogni debolezza e ogni miseria e qui si spezzino tutti i vincoli del peccato. Tutti coloro che verranno a supplicarti in  questo tempio nel modo dovuto, per avere i tuoi benefici, abbiano la gioia di vedersi sempre ascoltati, affinché, ottenuta la grazia, oggetto della loro preghiera, glorifichino per sempre la tua gratuita larghezza.

 

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1252-1259

 

 

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