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VERONA, CHIESA AI LUTERANI

Pronti a nascondere la croce

"tutti i cristiani presenti si sono presentati senza indossare o portare segni con croci, padre Flavio in testa, che per l'occasione aveva al collo, sopra il saio da cappuccino, solo una medaglia e non la solita croce", "assume un significato simbolico che proprio due chiese dedicate a due santi campioni della lotta agli eretici - San Domenico e San Pietro Martire, il cataro veronese convertito e divenuto inquisitore - ospitino oggi rispettivamente la comunità ortodossa rumena e la comunità luterana". E questi sarebbero segni di speranza?

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Rassegna stampa

Ieri la visita dei rappresentanti delle religioni cristiane.
E il 6 febbraio è in programma un'iniziativa anche con gli islamici

Il vescovo in sinagoga:
perdono e dialogo

Nel tempio ebraico lo storico incontro tra padre Carraro e il rabbino Piattelli

di Giancarlo Beltrame

 

Una stretta di mano in segno di pace ha sancito tra la Chiesa veronese e la comunità ebraica della nostra città la ricucitura di uno strappo lungo più di mille anni. Per la precisione 1018, quanti ne passati da quel 987 in cui, come ha ricordato in apertura del suo intervento il rabbino capo Crescenzo Piattelli, il vescovo Raterio emise un editto che espelleva gli ebrei da Verona. Ieri sera, quando Piattelli ha stretto la mano dell'ultimo successore di Raterio, padre Flavio Roberto Carraro, pronunciando "shalom", un brivido di commozione ha percorso l'intera sinagoga, piena come forse non mai, con uomini e donne di tutte le religioni in piedi o seduti l'uno accanto all'altro. Uomini e donne di tutti i popoli, convinti però di appartenere tutti all'unico popolo di Dio, anche se ognuno lo onora e lo venera a suo modo.

Quella stretta è passata quindi di mano in mano, costruendo un'ideale catena umana che nello stesso istante spezzava le antiche catene dei pregiudizi, dell'antisemitismo, dell'odio.

Un tema, quella della chiusura consapevole con questo passato e della nuova fase di incontro e dialogo, toccato da tutti i rappresentanti delle varie comunità cristiane che si sono associate a questo percorso ecumenico, dal pastore valdese Vito Gardiol al pastore luterano Jürgen Wesenick, dal padre ortodosso romeno Gabriel Gabor Codrea al pope russo Boris Razveev, ma sottolineato con parole forti di padre Flavio. "Sia per convinzione personale e, molto fermamente, quale vescovo di Verona, sono qui per ribadire che la Chiesa di Cristo spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell'antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque", ha detto a metà del suo intervento, per poi riprendere verso la fine con il passaggio forse più drammatico: "Nei confronti degli ebrei i cristiani hanno delle colpe che esigono pentimento e richiesta di perdono. Per questo ti chiedo perdono, o Dio, perché abbiamo insegnato il disprezzo per Israele tuo popolo, convinti di essere noi il vero Israele".

La richiesta di perdono, anche se rivolta a Dio e non direttamente alla comunità ebraica, è stato il momento più alto. Il segnale che gli ebrei attendevano, "anche se il percorso è in salita e la strada è ancora assai lunga, perché non è ancora un rapporto tra uguali, simmetrico", ha detto il rabbino Piattelli. "Se per il cristianesimo siamo di fronte a una riscoperta delle proprie radici, per l'ebraismo è mettersi a confronto con una diversità inserita nelle sue radici, per cui l'approccio al dialogo richiede lo sforzo di capire. Ed è una sfida e un atto di coraggio, un ponte alla comprensione, per analizzare quanto c'è di comune. Un dialogo senza perdita delle rispettive identità, ma per un rispettoso confronto. Però", non ha mancato di segnalare Piattelli, "bisogna rendersi di conto che apporre simboli religiosi in luoghi laici è rifiuto di dialogare e comprendere, è un segno di divisione".

Una richiesta che è sembrata rivolta anche e soprattutto ai rappresentanti delle istituzioni che sedevano in prima fila, dal sindaco Paolo Zanotto al presidente della Provincia Elio Mosele, fino al prefetto Francesco Giovannucci.

E a proposito di simboli religiosi, ieri tutti i cristiani presenti si sono presentati senza indossare o portare segni con croci, padre Flavio in testa, che per l'occasione aveva al collo, sopra il saio da cappuccino, solo una medaglia e non la solita croce.

Se quello di ieri sera è stato un momento storico, lo si deve al lavoro oscuro che sotterraneamente da oltre un decennio viene compiuto in questa città da gruppi di cristiani, che prendendo alla lettera lo spirito del Concilio Vaticano II hanno cucito anno dopo anno una tela di relazioni, di confronto, di riflessione e di preghiera comune. Molti di loro erano presenti, colmi di felicità perché il loro modo di intendere la fede come dialogo interreligioso e i semi di speranza disseminati nel corso degli anni producevano finalmente il primo grande frutto. Insomma non si è trattato di evento improvviso, nato dal nulla, ma è stato preceduto e accompagnato da tanti atti quotidiani, come ad esempio, per le altre comunità cristiane, la condivisione di chiese. E assume un significato simbolico che proprio due chiese dedicate a due santi campioni della lotta agli eretici - San Domenico e San Pietro Martire, il cataro veronese convertito e divenuto inquisitore - ospitino oggi rispettivamente la comunità ortodossa rumena e la comunità luterana. Anche questo è un segno dei tempi nuovi, tempi di Speranza, "che è la nostra forza, una forza di pace tra di noi e con tutti gli uomini e le donne del mondo che Dio ama e amerà", come ha concluso il suo intervento il vescovo. Una piccola luce che è in grado di rompere il buio e che nessun buio può soffocare, come ha detto, citando una metafora sapienziale ebraica, don Sergio Gaburro, responsabile diocesano per il dialogo ecumenico.

Una piccola luce che continuerà a brillare nella nostra città, perché il cammino comune, lo stare vicini nella differenza, nel rispetto e nel dialogo reciproco continua. E coinvolge anche un'altra grande comunità ieri assente, quella islamica, con cui però in altre sedi la condivisione di esperienze continua. Come avverrà tra qualche settimana, il 6 febbraio, al teatro Camploy, con una nuova iniziativa comune.

 

da "L'Arena", 17 gennaio 2005

 

 

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