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Dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico > Proprio dei Santi > Sant'Ilarione, Abate

 

 

 

L'anno liturgico

di dom Prosper Guéranger

 

SANT' ILARIONE

 

Rosario

San Marco, Marcello, Apuleio, Sergio e Bacco

Santa Brigida

San Giovanni Leonardi

San Dionigi

San Francesco Borgia

Maternità della B. V.

Sant'Edoardo

San Callisto

Santa Teresa

Santa Edvige

Santa Margherita Maria

San Luca

San Pietro d'Alcantara

San Giovanni da Kenty

Sant'Ilarione

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San Carlo Borromeo

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Sante Reliquie

I quattro santi coronati

 

 

LINK  UTILI

L'eresia antiliturgica

Spiegazione della santa messa

Dom Guéranger (Abbaye Saint Benoît de Port-Valais)

Abbaye de Solesmes

 

Missale Romanum

 

1205

21  OTTOBRE

SANT' ILARIONE, ABATE

 

 

Il padre dei Monaci di Siria.

"Prima di S. Ilarione - dice san Gerolamo suo storico - non si conoscevano monaci in Siria. Egli fu là il fondatore della vita monastica e il maestro di quelli che l'abbracciarono. Il Signore Gesù aveva Antonio in Egitto e Ilarione in Palestina, il primo carico di anni e l'altro ancora giovane" (Vita di sant'Ilarione, c. 2). Il Signore elevò presto Ilarione a tanta gloria che Antonio diceva ai malati che la fama dei suoi miracoli gli attirava dalla Siria: "Perché vi affaticate a venire tanto da lontano se avete vicino mio figlio Ilarione?" (ivi c. 3).

Ilarione aveva vissuti presso Antonio soltanto due mesi, dopo i quali, il Patriarca gli aveva detto: "Persevera fino alla fine, figlio mio, e la tua costanza ti guadagnerà le delizie del cielo". Dato poi un cilizio e un vestito di pelli a questo figlio di 15 anni, che non avrebbe veduto mai più, l'aveva mandato a santificare le solitudini della sua patria ed egli si era inoltrato nel deserto (ivi c. 1).

 

La lotta con Satana.

Il nemico del genere umano, presentendo nel nuovo arrivato nella solitudine un temibile avversario, iniziò contro di lui terribili combattimenti. Nonostante i digiuni, la carne del giovane asceta fu la prima complice dell'inferno. Ma, senza riguardi per un corpo così delicato e fragile che qualsiasi sforzo pareva avrebbe potuto annientare, Ilarione, secondo il suo biografo, gridava: "Saprò fare in modo, o asino, che tu non recalcitri più e ti domerò con la fame, ti schiaccerò con i pesi, ti farò camminare sempre e sentirai tanto la fame che non penserai più ai piaceri" (ivi c. 1).

Vinto in questo sforzo, il nemico trovò altri alleati e tentò di riportare Ilarione in luoghi abitati. Ma ai ladri che avevano assalito la sua povera capanna, il santo diceva sorridendo: "Chi è nudo non ha paura dei ladri". Toccati da tanta virtù, i ladri non nascosero la loro ammirazione e promisero di emendarsi (ibid.).

Ed ecco entrare in scena Satana stesso, come aveva fatto con

1206

Antonio, ma senza miglior successo. Nessun turbamento ormai raggiungeva le regioni serene in cui la semplicità aveva portato il santo. Un giorno il demonio entrò nel corpo di un cammello reso da lui furioso e si precipitò sul santo con orribili bramiti, ma ebbe questa risposta: "Volpe o Cammello, non mi fai paura, sei la stessa cosa". L'enorme bestia cadeva, domata, ai suoi piedi (ivi c. 2).

Più abile l'astuzia e più dura fu la prova quando l'inferno, volendo il Santo sottrarsi all'immenso concorso di gente, che assediava continuamente la sua povera cella, si fece malizioso portavoce della fama ed esaltò le folle che opprimevano l'anima del santo. Il santo lasciò invano la Siria per percorrere in tutti i sensi l'Egitto; come inseguito di deserto in deserto, traversò il mare, sperando di nascondersi in Sicilia, in Dalmazia, a Cipro. Dalla nave, che lo porta fra le Cicladi, sente gli spiriti infernali chiamarsi dalle città e dai borghi e correre alle spiagge presso le quali egli passa. Sbarcato a Pafo, trova ancora lo stesso concorso di demoni, che portano al loro seguito moltitudini umane. Finalmente Dio, avendo pietà del suo servo, gli fa trovare un luogo inaccessibile dove egli si trova solo in compagnia di legioni di demoni, che giorno e notte lo circondano. Ma non trema, dice il suo biografo, anzi ha piacere di questa compagnia dei nemici delle lotte di un tempo e vive in pace i cinque anni che precedono la sua morte (ivi cc. 3, 4, 5).

 

VITA. - Ecco il racconto della sua vita tratto da san Girolamo. Nato a Tabate, in Palestina, da genitori infedeli, Ilarione fu mandato per gli studi ad Alessandria e vi brillò per purezza di vita e per i suoi talenti, che ebbero poi maggiore risalto per i mirabili progressi nella fede e nella carità, quando abbracciò la religione di Gesù Cristo. Assiduo alla chiesa, perseverante nei digiuni, nella preghiera, disprezzava i falsi piaceri e calpestava tutti i desideri terreni. Era celebre allora in tutto l'Egitto il nome di Antonio e Ilarione intraprese un viaggio nel deserto per vederlo e due mesi passati con lui gli fecero conoscere perfettamente il metodo di vita del Santo. Tornato a casa, i genitori erano morti e Ilarione distribuì ai poveri l'eredità e, ancora quindicenne, riprese la via della solitudine. Vi costruì una capanna che appena lo conteneva e vi dormì sul nudo suolo. Non si lavò mai, né cambiò il sacco che lo vestiva dicendo che era cosa superflua mettere della ricercatezza in un cilizio.

La lettura e lo studio delle sante Scritture assorbiva gran parte del suo tempo, mentre frutta e sughi d'erbe erano il suo cibo e non ne prendeva mai prima del cader del sole. Mortificazione e umiltà sorpassano ogni immaginazione e queste virtù e altre lo fecero trionfare di spaventose e molteplici tentazioni dell'inferno e gli diedero potere di cacciare, in vari luoghi, innumerevoli demoni dal corpo di persone, che ne erano possedute. Fondatore di numerosi monasteri, illustre per miracoli compiuti, a ottanta anni la malattia lo arrestò e sotto la violenza del male, vicino a rendere l'ultimo sospiro

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diceva: Esci, perché hai paura? Esci, anima mia, perché esiti? sono settanta anni che servi Cristo e temi la morte? Dicendo queste parole, il Santo spirò.

 

Il timore di Dio.

Essere Ilarione e aver paura di morire! Se avviene così del legno verde, che cosa avverrà del secco? (Lc. 23, 31). Fa', o santo illustre che viviamo nell'attesa del giudizio di Dio. Fa' capire anche a noi che il timore cristiano non esclude l'amore, ma è proprio vero il contrario e cioè che il timore scopre gli approdi e ci conduce, scortandoci sul cammino della vita, come una guardia attenta e fedele. Esso fu la tua sicurezza nell'ora suprema e, dopo aver reso sicuro il nostro cammino, possa introdurre anche noi direttamente in cielo.

 

da: P. GUÉRANGER, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. ROBERTI, P. GRAZIANI e P. SUFFIA, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 1205-1207.

 
                                                                  

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