UNA VOCE VENETIA  

Messe latine antiche nelle Venezie 
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L'anno liturgico

di dom Prosper Guéranger

 

 

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Capitolo III

PRATICA DEL TEMPO PASQUALE

 

La gioia spirituale.

Il riflesso di questo periodo sacro si riassume nella gioia spirituale che esso deve produrre nelle anime risuscitate assieme a Cristo, gioia che è una pregustazione della felicità eterna e che il Cristiano deve, d'ora in avanti, conservare in sé, cercando sempre più con ardore quella Vita che è nel nostro divin Salvatore e fuggendo, con costante energia, la morte, figlia del peccato.

Nelle settimane precedenti abbiamo dovuto dolerci di noi stessi, piangere le nostre colpe, abbandonarci all'espiazione, seguire Gesù fino al Calvario; ma adesso la Chiesa c'impone, invece, di rallegrarci. Essa stessa ha bandito ogni tristezza; non geme, ormai, che come la colomba; canta, quale, sposa che ha ritrovato il suo sposo!

E per rendere più universale questo sentimento di gioia, essa si adattata alla debolezza dei suoi figli. Dopo aver loro ricordato la necessità dell'espiazione, ha concentrato tutto il vigore della penitenza cristiana nei quaranta giorni appena trascorsi; ed ora, rendendo la libertà al nostro corpo, e nel medesimo tempo ai sentimenti dell'anima nostra, ci ha trasportato in una regione dove non esiste che allegrezza, luce e vita, dove tutto è gioia, serenità, dolcezza e speranza di immortalità.

È così che è riuscita a suscitare, anche nelle anime meno elevate, un sentimento analogo a quello di cui godono le più perfette: di modo che, nell'inno che si eleva dalla terra per dar lode al nostro adorabile trionfatore, non vi sono dissonanze, e tutti, ferventi e tiepidi, uniscono le loro voci nell'entusiasmo universale.

Il più profondo e dotto liturgista del secolo XII, Ruperto, Abate di Deutz, così spiega questo indovinato stratagemma della Santa Chiesa: "Vi sono - egli dice - degli uomini sensuali che non sanno aprire gli occhi per contemplare i beni spirituali che quando si presenta loro l'occasione di qualche incidente materiale che gliene dà l'impulso. La Chiesa, per commuoverli, ha dovuto cercare un mezzo proporzionato alla loro debolezza. A questo fine ha istituito il digiuno quaresimale che rappresenta la decima dell'anno offerta a Dio, di modo che questa santa carriera non debba terminarsi che con la solennità della Pasqua, e che dopo vi siano cinquanta giorni consecutivi, durante i quali non se ne trovi neppure uno di digiuno.

Accade così che gli uomini mortificano il loro corpo, sostenuti però dalla speranza che la festa di Pasqua verrà a liberarli da quel giogo di penitenza; essi, nei loro desideri, pregustano l'arrivo della solennità; ogni giorno della Quaresima è per loro ciò che è una sosta per il viaggiatore; essi le contano con cura, pensando che il numero diminuisce progressivamente; ed è così che questa festa, da tutti desiderata, a tutti diviene cara, come lo è la luce per coloro che camminano nelle tenebre, la sorgente zampillante per quelli che hanno sete e la tenda preparata dal Signore medesimo per il viandante affaticato" [1].

Felice quel tempo in cui, in tutto l'esercito cristiano, come dice san Bernardo, nessuno si asteneva dal compiere il proprio dovere; quando giusti e peccatori camminavano di pari passo nella pratica delle cristiane osservanze. Ai giorni nostri la Pasqua non produce più la medesima sensazione di gioia nella nostra società. Senza dubbio la causa risiede nella mollezza e nella falsità delle coscienze che conducono molte persone a considerare l'obbligo della Quaresima come se per loro non esistesse.

Ne consegue che tanti fedeli vedono giungere la Pasqua come una grande festa, è vero, ma non sono che superficialmente impressionati da quel sentimento di viva gioia sul quale la Chiesa impronta in questi giorni tutto il suo atteggiamento. E si sentono ancor meno disposti a mantenere, durante il periodo dei cinquanta giorni, quell'allegrezza a cui hanno partecipato in misura così esigua nel giorno tanto desiderato dai veri cristiani.

Non hanno digiunato, non hanno osservato l'astinenza durante la Quaresima; la condiscendenza della Chiesa verso la loro debolezza non è stata neppure sufficiente; per loro si sono dovute dare altre dispense; e, fortuna ancora, quando non se ne sono esonerati da se medesimi; essi non sentono neppure il rimorso di non aver adempiuto a questi ultimi resti del dovere cristiano!

Quale sensazione può produrre in loro il ritorno dell'Alleluia? Quelle anime non sono state purificate dalla penitenza: sarebbero esse abbastanza agili per seguire Cristo Risuscitato, la cui vita è ormai più del cielo che della terra?

Ma non andiamo contro le intenzioni della Chiesa rattristandoci con questi pensieri scoraggianti: preghiamo piuttosto il Divin Risuscitato, affinché, nella sua infinita potenza e bontà, illumini queste anime con gli splendori della sua vittoria sul mondo e sulla carne, e che le sollevi fino a Lui. Niente deve distoglierci in questi giorni dalla nostra felicità. Lo stesso Re di gloria ci dice: "Possono forse i compagni dello sposo stare afflitti, finché lo sposo è con essi?" (Mt 9,15). Gesù resterà ancora con noi per quaranta giorni ; non soffrirà più; non morirà più; che dunque i nostri sentimenti siano consoni al suo stato di gloria e di felicità, che deve ormai durare per sempre. Ci lascerà, è vero, per salire alla destra del Padre; ma di là ci manderà il divin Consolatore, che resterà con noi, affinché non restiamo orfani (Gv 14). Che tali parole siano dunque nostra bevanda e nutrimento per questi giorni: "I figli dello stesso sposo non devono rattristarsi mentre lo sposo è con essi". Esse sono la chiave di tutta la liturgia di quest'epoca; non perdiamole di vista neppure per un istante e sentiremo che, se la compunzione e la penitenza della Quaresima ci sono state salutari, la gioia pasquale non lo sarà certo di meno. Gesù in croce e Gesù risuscitato è sempre il medesimo Gesù; ma in questo momento Egli ci vuole attorno a Lui, insieme con la sua Santissima Madre, con i suoi Discepoli, con la Maddalena, tutti abbagliati e rapiti per la sua gloria, dimenticando, in queste ore troppo veloci, le angosce della Passione.

 

Il desiderio della Pasqua eterna.

Ma quest'epoca piena di delizia giungerà al suo termine e non ci resterà che il ricordo della gloria e della familiarità del nostro Redentore. Cosa faremo noi allora nel mondo quando Colui, che ne era la vita e la luce, non sarà più visibile? Cristiano, tu aspirerai ad una nuova Pasqua!

Ogni anno tornerà a darti quella felicità che tu hai saputo comprendere; e di Pasqua in Pasqua tu arriverai alla Pasqua eterna che durerà tanto quanto Dio stesso, il cui splendore arriva fino a te quale preludio alle gioie che essa ti riserva. Ma non è ancora tutto: ascolta la Santa Chiesa che ha previsto il disinganno nel quale potresti essere tentato di cadere; ascolta ciò che domanda per te al Signore: "Concedi ai tuoi servi di esprimere colla vita il Sacramento ricevuto mediante la fede" [2]. Il mistero di Pasqua non deve cessare di essere visibile sulla terra; Gesù, risuscitato, sale al Cielo, ma lascia in noi l'impronta della sua risurrezione e noi dovremo conservarla finché Egli ritorni.

 

Vita nuova in Cristo.

E come, effettivamente, questa impronta divina potrebbe non rimanere in noi, sapendo che partecipiamo a.tutti i misteri di Cristo? Dacché Egli si è incarnato non ha fatto un passo senza di noi. Quando è nato a Betlemme, noi nascevamo con lui; quando è stato crocifisso a Gerusalemme, l'antico uomo che era in noi, secondo la dottrina di san Paolo, è stato con Lui inchiodato alla Croce; quando è stato posto nel sepolcro, anche noi siamo stati sepolti assieme a Lui. Ne consegue che quando Egli risuscita da morte, anche noi dobbiamo vivere di una nuova vita (Rm 6,6-8).

Ora "Cristo risorto da morte - seguita l'Apostolo - più non muore e la morte non ha più dominio su di lui. Poiché morendo Egli morì al peccato una sola volta per tutte; vivendo Egli vive a Dio" (ivi 9-10).

Noi formiamo le sue membra: la nostra sorte, quindi, deve essere uguale alla sua. Morire nuovamente per via del peccato significherebbe rinunziare a Lui, separarci da lui, rendere per noi inutile quella morte e quella risurrezione a cui noi abbiamo partecipato. Vegliamo dunque per mantenere in noi quella vita che non viene da noi, ma che, nondimeno, ci appartiene completamente, poiché colui che l'ha conquistata morendo, ce l'ha data insieme a tutto ciò che possiede. Peccatori, che avete ritrovato la vita della grazia in occasione della solennità pasquale, non vi esponete più alla morte, ma compite opere degne di una vita di risurrezione e di redenzione. Giusti, che il mistero pasquale ha rianimato, intraprendete una vita più generosa sia nei vostri sentimenti che nelle vostre opere. È così che tutti vi incamminerete nella vita rinnovata che l'Apostolo ci raccomanda.

Noi non svilupperemo qui le meraviglie del mistero della Risurrezione di Gesù Cristo: risalteranno esse stesse dal nostro modesto commento e metteranno anche in maggior evidenza il dovere imposto ai fedeli di imitare il loro Divin Salvatore, mentre ci aiuteranno a capire meglio la magnificenza e l'estensione dell'opera essenziale dell'Uomo-Dio.

Troviamo qui nel Tempo Pasquale il punto culminante della Redenzione con le tre grandi manifestazioni dell'amore e del potere divino: Risurrezione, Ascensione e discesa dello Spirito Santo. Nell'ordine dei tempi, tutto ha servito a preparare questa conclusione, in seguito alla promessa fatta ai nostri progenitori, dopo la loro colpa, dal Signore irritato, ma misericordioso; e nell'ordine della Liturgia, dopo le settimane di attesa dell'Avvento, eccoci giunti al termine; e Dio appare come una potenza e una sapienza che sorpassano infinitamente tutto ciò che noi potevamo prevedere. Gli stessi Spiriti celesti ne rimangono confusi di ammirazione e di stupore, e la Chiesa ce lo esprime in uno dei cantici del Tempo Pasquale:

"Gli Angeli - è detto - sono commossi dal terrore vedendo la rivoluzione che si opera nello stato della natura umana. La carne ha peccato ed è la carne che purifica; un Dio viene a regnare e in Lui la carne è unita alla Divinità" [3].

Il tempo pasquale appartiene pure alla "vita illuminativa". Esso ne è la parte più elevata, poiché non ci manifesta solamente le umiliazioni e le sofferenze dell'Uomo-Dio come nei precedenti periodi, ma ce le mostra in tutta la sua gloria, ce lo fa scorgere, esprimendo nella sua umanità, il più alto grado della trasformazione della creatura in Dio. La discesa dello Spirito Santo viene poi ad aggiungere il suo splendore a questa luce e rivela alle anime i rapporti che devono unirle alla Terza Persona della Santissima Trinità. Così si sviluppa la via ed il progresso dell'anima fedele, che, essendo diventata l'oggetto dell'adozione del Padre celeste, è iniziata a questa splendida vocazione dagli insegnamenti e dagli esempi del Verbo incarnato, e perfezionata dalla visita e dall'inabitazione dello Spirito Santo. Da qui risulta l'insieme delle pie pratiche che la conducono all'imitazione del suo Divin modello, e la preparano a quell'unione a cui è invitata da Colui che "a quanti lo accolsero, a quelli che credono nel suo nome, diede il diritto di diventare figli di Dio; i quali, non da sangue, né da voler di carne, né da voler di uomo, ma da Dio sono nati" (Gv 1,12-13).


[1] Gli Offici Divini, l. iv, c. xxvii.

[2] Colletta del martedì di Pasqua.

[3] Inno del Mattutino dell'Ascensio

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 21-26

 

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