UNA VOCE VENETIA  

Messe latine antiche nelle Venezie 
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L'anno liturgico

di dom Prosper Guéranger

 

Missale Romanum

 

MERCOLEDÌ DELLA SETTIMANA DI PASSIONE

 

La Stazione è, a Roma, nella chiesa di S. Marcello, Papa e Martire (308-310).

 

LETTURA (Lv 19,11-19). - In quei giorni: Il Signore parlò a Mosè, dicendo: Parla a tutta l'adunanza dei figli d'Israele e di' loro: Io sono il Signore Dio vostro. Non ruberete. Non mentirete e nessuno ingannerà il suo prossimo. Non giurerai il falso nel mio nome, e non profanerai il nome del tuo Dio. Io sono il Signore. Non calunnierai il tuo prossimo, ne l'opprimerai con violenza. Il salario del tuo operaio non resterà presso di te fino al mattino. Non maledirai il sordo, e non porrai inciampo dinanzi al cieco; ma temerai il Signore Dio tuo: io sono il Signore. Non fare ciò che è iniquo, né giudicar contro giustizia. Non disprezzare il povero, né onorar la faccia del potente; ma giudica il tuo prossimo con giustizia; non accusare e non maledire tra il popolo. Non recarti contro il sangue del tuo prossimo. Io sono il Signore. Non odiare il fratello nel tuo cuore, e riprendilo in pubblico per non peccare. Non vendicarti, né serbar rancore contro i tuoi concittadini. Amerai il tuo amico come te stesso. Io sono il Signore. Osservate le mie leggi; poiché io sono il Signore Dio vostro.

 

Dovere della carità fraterna.

Oggi la Chiesa, presentandoci questo brano del Levitico, nel quale troviamo esposti con tanta chiarezza ed abbondanza i doveri dell'uomo verso il prossimo, vuoi far comprendere al cristiano con quale attenzione debba scrutare e riformare la sua vita sopra un punto di sì grande importanza. Qui è Dio stesso che parla e intima ordini. Guardate come replica ad ogni frase: "Io sono il Signore", per farci comprendere che si costituirà vendicatore del prossimo, che noi avessimo leso. Come un tale linguaggio doveva suonare nuovo alle orecchie dei Catecumeni, tolti dal mondo pagano, egoista e senza cuore, se non fosse mai stato loro detto che, essendo tutti gli uomini fratelli, Dio, Padre comune dell'immensa famiglia umana, esigeva da loro che s'amassero tutti di sincero amore, senza distinzione di razza e di condizione! In questi giorni di riparazione, procuriamo, noi cristiani, d'adempiere alla lettera la volontà del Signore Dio nostro; e ricordiamoci che tali precetti furono imposti al popolo israelita molti secoli prima della promulgazione della legge di misericordia. Ora, se il Signore imponeva ai Giudei un amore così sincero verso i fratelli, quando la legge non era scritta che su tavole di pietra, quanto più lo esigerà dal cristiano, che ora le legge nel cuore dell'Uomo-Dio, disceso dal ciclo e fattosi nostro fratello, per renderci ad un tempo più facile e più dolce l'adempimento del precetto della carità? Ormai l'umanità, unita nella sua persona alla divinità, è divenuta sacra, fatta oggetto delle compiacenze del Padre celeste; ed è per il fraterno amore verso di lei che Gesù si votò alla morte, insegnandoci col suo esempio ad amare così sinceramente i nostri, fratelli da "dare perfino la nostra vita per loro", se sarà necessario, e come c'insegna il discepolo prediletto, che lo apprese dal Maestro (1Gv 3,16).

 

VANGELO (Gv 10,22-38). - In quel tempo: Si faceva in Gerusalemme la festa della Dedicazione, ed era d'inverno. E Gesù passeggiava nel tempio sotto il portico di Salomone. Gli si affollarono allora d'intorno i Giudei e gli dissero: Fino a quando ci terrai sospesi? Se tu sei il Cristo, diccelo apertamente. Rispose loro Gesù: Ve l'ho detto e non credete: le opere che faccio nel nome del Padre mio, queste mi rendono testimonianza. Ma voi non credete, perché non siete delle mie pecore. Le mie pecorelle ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono. E dò loro la vita eterna, ed in eterno mai periranno, e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio che me l'ha date, è più grande di tutti, e nessuno può rapirle di mano al Padre mio. Io ed il Padre mio siamo una sola cosa. I Giudei diedero allora di piglio alle pietre per lapidarlo. Gesù disse loro: Molte buone opere vi mostrai per virtù del Padre mio, per quale di queste opere mi lapidate? Gli risposero i Giudei: Non ti lapidiamo per nessuna opera buona: ma per la bestemmia, perché tu che sei uomo, ti fai Dio. Replicò loro Gesù: Non è scritto nella vostra legge: Io dissi: Voi siete dei? Ora se dei chiamò quelli ai quali Dio parlò, e la Scrittura non può mancare, a me che il Padre ha consacrato e mandato al mondo, voi dite: Tu bestemmi, perché ho detto: Son Figlio di Dio? Se non fo' le opere del Padre mio, non mi credete. Ma se le faccio, anche se non volete credere a me, credete alle opere; onde conosciate e crediate che il Padre è in me ed io nel Padre.

 

La fede.

Dopo la festa dei Tabernacoli venne quella della Dedicazione e Gesù rimase in Gerusalemme. L'odio dei nemici s'inaspriva sempre più; ed eccoli accalcarsi intorno a lui, per fargli dichiarare ch'era il Messia, e quindi accusarlo di usurpare una missione che non era la sua. Gesù si rifiuta di rispondere, e si appella ai prodigi, che hanno visto da lui operare e gli rendono testimonianza. Per la fede, soltanto per la fede, l'uomo può arrivare a Dio in questo mondo. Dio si manifesta con opere divine; l'uomo, conoscendole, deve credere a tali opere che attestano la verità; così credendo ha la certezza di ciò che crede ed il merito di credere. Ma il Giudeo superbo si ribella; vorrebbe dettare legge anche a Dio, e non capisce che questa sua pretesa è empia ed assurda.

 

Unità del Padre e del Figlio.

Tuttavia bisogna che la dottrina divina si faccia strada, anche se dovesse provocare lo scandalo degli spiriti perversi ; perché Gesù non parla solamente per loro: lo deve fare anche per quelli che crederanno. Quindi pronuncia quella grande parola, nella quale attesta non solo la sua qualità di Cristo, ma anche la divinità: "Io ed il Padre mio siamo una cosa sola". Sapeva bene che esprimendosi in tali termini li avrebbe accesi di rabbia; ma era necessario che si rivelasse sulla terra, per confondere anticipatamente l'eresia. Ario un giorno si leverà contro il Figlio di Dio e lo dirà la creatura più perfetta; ma la chiesa risponderà ch'egli è uno col Padre, consustanziale a lui; e dopo tante agitazioni ed errori, la setta ariana scomparirà e cadrà In oblio. Qui i Giudei sono i precursori di Ario: comprendono che Gesù si confessa Dio, e tentano di lapidarlo. Con un ultimo tratto di condiscendenza, Gesù cerca di provare loro questa verità, mostrando con le stesse Scritture che talvolta l'uomo può, in senso ristretto, essere detto Dio, in ragione delle funzioni divine che esercita; ma poi li porta di nuovo a riflettere sui prodigi che testimoniano tanto solennemente l'assistenza che gli dà il Padre, e con rinnovata fermezza ripete, che "il Padre è in lui e lui nel Padre". Ma niente può convincere questi cuori ostinati; e la pena del peccato che hanno commesso contro lo Spirito Santo pesa maggiormente su di loro.

 

Docilità.

Come però è differente la sorte delle pecorelle del Salvatore! "Esse ascoltano la sua voce, lo seguono; ed egli dà loro la vita eterna, e nessuno le strapperà dalle sue mani". Fortunate pecorelle! credono, perché amano; per l'amore, la verità risplende in esse; come per la superbia dello spirito le tenebre penetrano nell'anima dell'incredulo, e vi rimangono sempre. L'incredulo ama le tenebre, le chiama luce, e, bestemmiando, non s'accorge di bestemmiare. Il Giudeo arriva a crocifiggere il Figlio di Dio, credendo d'onorare Dio.

 

PREGHIAMO

Sii propizio, o Dio onnipotente, alle nostre suppliche; e a quanti dai la fiducia di sperare pietà, concedi benigno l'effetto della consueta misericordia.

 

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 651-653

 

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