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Ildefonso Card. Schuster, Liber Sacramentorum > III. La Sacra Liturgia dalla Settuagesima a Pasqua > Prima Domenica di Quaresima

 

 

Missale Romanum

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PRIMA  DOMENICA  DI  QUARESIMA

Stazione al Laterano.

 

In alcune ricorrenze più solenni dell'anno, la liturgia romana celebra la stazione nella basilica dell'antica casa di Fausta, appartenuta già sotto Nerone ai Laterani. Costantino l'avea donata a papa Melchiade, ed il palazzo da allora a tutto il medio evo divenne la residenza abituale dei Papi, l'episcopium o il patriarchio Lateranense. San Pietro è l'antica cattedrale liturgica dei Romani Pontefici, i quali

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vi si recano ad officiare in tutte le grandi solennità del ciclo; però la sede abituale, la residenza normale dei Papi è in Laterano, così che la sua basilica del Salvatore ha potuto rivendicare a sé il titolo di madre e capo di tutte le chiese dell'Urbe e dell'Orbe.

È quindi conveniente che il sacrificio auspicale del sacro periodo quaresimale, venga oggi immolato in Laterano, nell'aurea basilica sacra al Salvatore, la quale solo più tardi giusta l'uso invalso, fu denominata da san Giovanni. Propriamente, ai due Giovanni, cioè al Battista e all'Evangelista, non sarebbero dedicati che due piccoli oratori, eretti presso il battistero da papa Ilaro, siccome monumento votivo del suo fortunato scampo dalle violenze di quel conciliabolo, che la storia ha poi chiamato il latrocinio efesino.

Sotto l'altare maggiore del Laterano e negli attigui oratori di san Venanzio, di san Lorenzo ecc., si conservano molte preziose Reliquie di Martiri, così che l'antica cappella papale del Patriarchi o ancor oggi si appella Sancta Sanctorum. Nel medio evo, all'ufficiatura notte e giorno della basilica Lateranense, erano addetti non meno di quattro monasteri con un numeroso coro di cantori.

Quest'oggi, non essendo digiuno, non v'è neppure la colletta che precede la processione stazionale, rito di carattere spiccatamente penitenziale, e poco conciliabile quindi colla solennità domenicale.

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Nell'odierna messa, gli onori della festa sono tutti pel salmo 90, quello citato appunto al Cristo dal Satana tentatore. Noi lo ripeteremo all'introito, al graduale, all'offertorio e al communio, quasi in atto di protesta e di riparazione per la suggestione temeraria. D'altra parte, il salmo 90 esprime così bene i sentimenti dell'anima che ritorna a Dio per la penitenza ed in lui ripone ogni sua fiducia, che la Chiesa ne ha fatto come il carme quaresimale per eccellenza.

Incomincia l'introito coll'esprimere le magnifiche promesse che fa Iddio ad un'anima che a lui ricorre: "Egli m'invocherà ed io lo ascolterò; io lo scamperò dai pericoli e l'esalterò; gli darò lunghi anni di vita".

La colletta è la seguente: "O Dio che annualmente purifichi la tua Chiesa mediante l'astinenza quaresimale; fa sì che la tua famiglia renda fruttuose, mediante le buone opere, quelle grazie che si studia d'impetrare colla sottrazione dei cibi".

I Santi Padri, e san Leone I particolarmente, insistono nel rilevare che specialmente la quaresima è il tempo a Dio accetto, come ben spiega l'Apostolo nella seguente lezione (II Cor. VI, 1-10), tempo

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di misericordia, in cui, insieme coi catecumeni e penitenti, tutti i fedeli sono invitati a mutar vita. Nell'antichità, infatti, la quaresima aveva come il senso d'un gran corso d'Esercizi Spirituali annui per tutta la Cristianità. Perciò il brano di san Paolo che ora si legge, contiene come un vasto piano di riforma interiore, che vuol essere ben meditato, specialmente dal clero, cui a preferenza è diretto. L'Apostolo descrive in se medesimo il doppio significato della professione cristiana, significato negativo, cioè povertà, calunnie, persecuzioni, mortificazione del corpo e dello spirito; significato positivo, che però è il risultato delle condizioni ora accennate, ricchezze interiori, larghezze verso i bisognosi, gioia dello spirito, edificazione dei prossimi, possesso d'ogni cosa in Dio.

Il responsorio graduale preannunzia in onore di Gesù quel medesimo ossequio che tutti gli Angeli debbono al Caput hominum et Angelorum, e da cui poi nel Vangelo il Satana trarrà appunto motivo per tentarlo. "A tuo riguardo Dio comandò agli Angeli suoi di custodire dappertutto i tuoi passi. Essi ti leveranno sulle palme, perché il tuo piede non inciampi". Questo verso si riferisce al Cristo nella sua umanità santissima e nel suo mistico corpo. Il servigio degli Angeli a Gesù nell'umanità sua, è un servigio di doverosa adorazione, non di bisogno che il Redentore potesse avere dell'aiuto degli spiriti angelici. La custodia poi della Chiesa e dei fedeli commessa ai santi Angeli, da parte di Gesù è un atto di vera degnazione, ammettendo quei beati spiriti alla gloria di cooperare con lui alla salvezza degli uomini. Da parte poi degli Angeli, questa tutela, oltre ad essere un doveroso servigio che rendono al Salvatore nel suo mistico corpo, è un ufficio che loro massimamente compete, in quanto riflettono cosi sopra le creature di grado alquanto inferiore al loro, quella luce e quella grazia che essi attingono alle sorgenti divine. Così appunto dal centro d'un circolo, nulla arriva alla circonferenza, se non per mezzo dei raggi.

Da parte nostra poi, il ministero e la custodia dei santi Angeli corrisponde a un vero bisogno, e l'aiuto è affatto proporzionato alla necessità. Dovendo infatti sostenere la lotta contro i demoni, spiritualia nequitiae in coelestibus, come li chiama san Paolo, è necessario che altre creature spirituali buone e più potenti vengano in nostro aiuto e siano pari anzi superiori ai nostri terribili avversari. Di più, i predestinati, giusta il sentimento dei Santi Padri, debbono riempire i vuoti lasciati nelle falangi angeliche dalla defezione di Lucifero e dei suoi seguaci. È quindi conveniente che gli Angeli buoni cooperino con Gesù Cristo a reintegrare le loro schiere.

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Il salmo tratto, neppure a dirlo, oggi è il 90: "Dimorando nel riparo dell'Altissimo ed albergando all'ombra del Potente, dico a Iahvè, mio refugio, mia fortezza, al quale m'affido. Poiché egli ti salverà dal laccio, dalla tagliuola, e dalla fossa del precipizio; sotto i suoi vanni ti ricetterà, sotto le ali sue ti rifugerai. Scudo è la verità sua, né temerai all'incubo della notte. Né la freccia volante di giorno, né la peste che vagola al buio, né il maligno desolante in sul meriggio. Al fianco tuo ne cadranno mille, e diecimila alla tua destra, eppure a te non s'avvicineranno. Perché a tuo riguardo comanda ai suoi angeli di custodirti in tutte le tue vie. Essi ti leveranno sulle palme, ché il tuo piede non inciampi nei sassi; sul rettile e sulla vipera tu camminerai, calpesterai il lioncello e il drago. Poiché egli è congiunto a me, io lo salverò; lo proteggo perché confessa il nome mio. Egli m'invochi ed io gli risponderò; con lui sarò nella tribolazione; lo salverò, lo glorificherò; di lunga copia di giorni lo sazierò, e a lui rivelerò il mio Salvatore".

È da notarsi, che originariamente il graduale e il tratto non solo avevano due posti distinti, cioè dopo la prima e la seconda lezione scritturale, ma anche come genere di salmodia melodica differivano completamente. L'odierno tratto è uno dei pochi esempi superstiti dell'estensione che aveva prima questo canto, il quale constava ordinariamente d'un intero salmo.

La lezione evangelica (Matth. IV, 1-11) descrive le tentazioni di Gesù nel deserto, quando il Satana, insospettito dalla sua vita mirabile, e volendo accertarsi se era lui il promesso Messia, gli suggerì dapprima di provare il suo carattere messianico col trasformare le pietre in pane, indi col precipitarsi in basso dalla cuspide del tempio, e finalmente coll'adorarlo, siccome signore del mondo.

Gesù non lo degnò d'una risposta diretta, riflettendo tuttavia alla prima suggestione, che l'uomo non vive solo di pane, ma della parola divina, e che quindi il prodigio richiesto era superfluo. Quanto al secondo miracolo, esso sarebbe stato un tentare Dio, presumendo di costringervelo per un puro capriccio del demonio; quanto poi alla terza tentazione, Gesù non tollerò più oltre tanta audacia, ma scacciò da sé il Satana, dicendo che solo Dio conviene adorare e servire.

I Santi Padri, e san Gregorio specialmente, in una celebre omilia recitata quest'oggi al popolo in Laterano, ricercano, come mai Gesù volle assoggettarsi ad essere tentato dal Satana; ed osservano, che egli così fece per partecipare all'infermità della nostra natura, per umiliare e vincere il tentatore anche per noi, e per meritarci la grazia di superare le nostre tentazioni per i meriti della vittoria sua. Di

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più, Gesù lo fece per dimostrarci che non è già male l'esser tentato, ma il cedere al tentatore. Le tentazioni di Gesù inoltre, furono tutte esteriori, giacché la sua umanità santissima non poteva affatto compiacersene, e meno ancora acconsentirvi.

I fedeli debbono professare una special devozione a questo mistero di Gesù tentato nel deserto, giacché non v'ha nulla di più profondo del modo col quale la divina Provvidenza fa rientrare nel piano della nostra santificazione anche le ostilità del demonio, facendo della tentazione un crogiuolo di purificazione, ed un'occasione di maggior grazia e profitto nelle vie dello spirito.

L'antifona del salmo offertoriale è la seguente: "Iddio ti ricetterà sotto i suoi vanni; sotto le sue ali ti ricetterai; egida è la sua verità".

Oggi s'inaugura la quaresima; onde la Chiesa la consacra per mezzo di quel Sacrificio perfetto e definitivo, il quale accentra in sé e santifica ogni altro atto cultuale reso a Dio in tutto il corso dei secoli, giusta il pensiero dell'Apostolo: Una enim oblatione consummavit in sempiternum sanctificatos (Hebr. X, 14). Ecco la splendida colletta sulle oblate: "T'immoliamo, o Signore, questo solenne sacrificio inaugurale della quaresima, supplicandoti perché colla parsimonia del cibo materiale, ci raffreniamo ancora dagli affetti peccaminosi".

Sebbene i fedeli digiunino già da cinque giorni, tuttavia la liturgia celebra soltanto oggi il principio di quaresima. Infatti, sino a questa domenica non si è mutato nulla né nell'Ufficio Divino, né nella Messa. Le due stazioni delle ferie IV e VI, sono un ricordo del primitivo digiuno settimanale il mercoledì ed il venerdì, di cui si parla la prima volta nella Didaché, quando li contrappone al ieiuno bis in sabbato dei Farisei, che dedicavano all'astinenza il lunedì e il giovedì. Le messe poi del giovedì e sabato di quinquagesima, rappresentano un'aggiunta posteriore, dei tempi di Gregorio II. S. Gregorio Magno è esplicito su questo punto, quando nell'omilia XVI in Evang. attesta, che la quaresima romana in realtà comprendeva allora solo trentasei giorni di digiuno.

La secreta ricordata più sopra, si ritrova già nel Gelasiano. È da notarsi la frase: sollemne sacrificio - sollemniter immolamus. Infatti, il vero carattere delle messe descritte nei Sacramentari è regolarmente quello stazionale delle sinassi pubbliche e solenni, cui prendeva parte col clero tutta la comunità dei fedeli. Nelle messe private cotidianae, come talora le chiamavano, d'indole quasi votiva, adoperavasi probabilmente un formulario più semplice.

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L'antifona ad Communionem è identica all'offertorio. Ecco il testo della Eucharistia o ringraziamento dopo la sacra Comunione: "La sacra offerta del tuo Sacramento, o Signore, ci ravvivi; e purificandoci dalle antiche colpe, c'inizi alla partecipazione del mistero d'eterna salvezza".

In questa colletta s'insinua il concetto, comunissimo nelle antiche liturgie, che la quaresima, in quanto inizia già il dramma pasquale, è un periodo di rinnovamento interiore, ad imagine del Cristo risorto. Il Sacramentario Gelasiano in questi primi giorni ritorna più volte su questo concetto. Valgano alcuni esempi: Sacrificium, Domine, observantiae paschalis exerimus ... (Fer. VI in quinq.); Aufer a nobis ... ut ad Sancta Sanctorum (= la Pasqua) ... mereamur ... introire (a quinquag. ad quadrag.); ieiuniis paschalibus convenienter aptari (Fer. VI in quinquag.); Paschalibus actionibus inhaerentes (Fer. VII in quinquag.).

Manca nell'odierno Messale del Tridentino così il prefazio proprio di questa prima domenica, che la colletta sopra il popolo prima di congedarlo di chiesa. Questa si ritrova però tanto nel Gelasiano, - il Leoniano è mutilo da principio - che nel Gregoriano. Eccola: "Ti supplichiamo, o Signore, perché discenda copiosa la tua benedizione sul tuo popolo; la quale c'infonda consolazione, rafforzi la santa fede, renda saldi nella virtù coloro che da te sono stati riscattati".

La famiglia cristiana non potrebbe iniziare il digiuno pasquale con più lieti auspici. Gesù la precede al deserto dell'espiazione; segue l'Apostolo, il quale con uno dei più sublimi squarci del suo epistolario, ai digiuni, alle persecuzioni, alle sofferenze corporali, contrappone i doni esuberanti dello Spirito Santo, la longanimità, la soavità, il gaudio di patire per amore di Dio, la gioia di giovare al prossimo, cooperando col Cristo nel sublime ministero della redenzione del mondo.

 

da A. I. SCHUSTER, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano - III. Il Testamento Nuovo nel Sangue del Redentore (La Sacra Liturgia dalla Settuagesima a Pasqua), Torino-Roma, Marietti, 1933, pp. 53-58.

 

 

 

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